lunedì 30 novembre 2020

 AMICA.

Attraverso ogni giorno 

il lago della tua inquietudine. Increspature ed onde 

rompono il riflesso del cielo 

ed un guizzo concentrico 

spesso turba le tue rive. 

Ma dalle canne arriva un fruscio,

un silenzio a volte 

sostiene la tua immagine, 

lo intuisco dalle parole scarne, 

dalle velate inquietudini, 

dal tuo sembiante 

che immagino quieto.

Vorrei calmare quelle acque,

amica,

restituire il sereno a quel cielo,

rompere il vento,

vedere di nuovo il lampo

tra le canne,

la pace di cui hai diritto.

domenica 20 settembre 2020

ISOLE

 Dalla finestra della casa nuova

dietro le colline solitarie

indovino l'azzurro 

e le onde inquiete

che scuotono il mare

al primo autunno.

È una chimera,

un sogno che corre rapido

sulle creste di schiuma,

che abbandona presto la terra,

un'illusione forse

di isole perdute,

di acque diafane,

di verde calura 

che mi accoglie naufrago

sulle sue spiagge.

Se volgo lo sguardo

il miraggio mette muscoli

e penne nuove,

non si rompe,

porta alle labbra 

nuovo sale 

ed il vento di giorni lontani.

Ed il sapore di un amore

antico

che sorge e rinasce come Venere

dallo sfavillio gocciolante

di quel silenzioso mondo primordiale.

lunedì 6 luglio 2020

IL GATTO.

Nascesti forse
da delicate mani di donna
nel palpitante
mare di Egeo,
figlio di Venere
e del suo golfo
costellato
di isole lontane,
incerte tra schiuma
e vele torreggianti.
O fu la foresta
umida di gocce
dell'Oriente profumato
che ti vide uscire,
fratello della Tigre,
e regalarci il tuo sguardo
profondo, indipendente
e mai sconfitto.
Servitù non ti appartiene,
conosci l'orgoglio dei classici,
la forza del cammino misurato,
libertà è la tua maestra,
non domo nel tracciare
i millenni che sino a noi
t'hanno portato.
Amore o indifferenza,
odio mai,
che tu comprendi e ignori,
beffardo,
quando sollevi il capo
e porgi il tuo muso
umido e fresco
a calmare la mia inquietudine.

domenica 5 luglio 2020

RONDINI

Volano allegre
come un vizio antico
sui sentieri leggeri
del fresco lucore
mattutino
a stormi radunandosi
nello splendore
dell'alba immacolata.
Sorte nel mistero
dell'Africa lontana
per sabbie e mari
e costellazioni squadernate
spinte dai venti amici
sostenendosi a vicenda
giunsero a noi.
I vecchi con i giovani
instancabili
nelle bufere equinoziali
come vele mitiche
di Grecia antica
e prezioso lino,
ci parlano
di forza e fedeltà,
dell'immane ruota
che le spinge avanti
sul mito
dell'eterna rinascita.
Partiranno
nelle brume basse delle valli
col sole stanco all'orizzonte
ad allietare
altri boschi, altre città,
a carezzare il cuore
di donne e uomini
nuovi.

IL POMODORO.


Giunto da lontane terre
rifletti in te
il rosso della lava
e dai vulcani
ardenti hai rubato
fuoco acqua
cenere e calore.
La spinta della terra
ti da esili fiori
e subitanei frutti,
e la carezza del vento
aspro di sale e rosmarino
regala il tuo colore
occhieggiante di splendore
nuovo.
È l'estate dei calanchi
e delle canne,
di argille bianche di calura
nel tremore dell'aria immota
mattutina
che ti porta a me,
tra le mani
benedette di fatica.
Sei nutrimento e gioia,
frutto del lavoro,
rosso il tuo cuore
palpitante,
promessa gentile e concreta
di Gaia,
 nostra madre generosa
che tutti ci sostiene.

venerdì 26 giugno 2020

SILENZIO

Il suono, come la parola,
ha bisogno del silenzio.
Il silenzio è abitato,
non semplice interruzione
nè perdita di contatto,
ma salire verso la luce
con nuove ali,
con piume diverse e smaglianti
sino ad accecarsi.
Silenzio è vivere
con cuore puro,
con la mente vuota,
è cogliere il fremito delle foglie,
la timidezza dell'erba  di primavera,
il racconto dell'acqua tra i sassi.
È la quiete difficile a farsi
perchè umile,
è una carezza data a se stessi,
condivisione e sguardo,
un tenue sfavillio degli occhi.
Eco di un pensiero
sommesso.

mercoledì 24 giugno 2020

LA POESIA

Che fu per me la poesia
se non universo palpitante,
sentieri di stelle,
vortice tremolante
nel buio costellato,
carezza,
soffio sulla pelle?
Gli occhi trapuntati
vennero a cercarmi,
ricamavano le lenzuola,
candide nel cielo affacciato
alla finestra notturna.
Il sogno respirava sul cuscino
ed io bambino affascinato
scioglievo le vele impazienti
al vento leggero,
sfavillante nel tremolio infinito.
Prati, vertigini di luce,
abissi spumeggianti,
fili di fosforo,
nuvole e piogge primordiali
si inseguivano nella mia mente
trafitta di stupore.
Si faceva l'alba
ma la poesia non se ne andava.
Un mistero
dolce come miele,
coi versi così difficilmente ricercati
e all'improvviso
squadernati  ai miei occhi
come un lampo estivo,
un grido taciuto,
una pelle nuova,
un nuovo incendio.

sabato 16 maggio 2020

ECCO LA PIOGGIA

ECCO LA PIOGGIA
dispersa dal vento
sul gelso centenario.
Un picchio scava con metodo
ignaro dell'acqua.
Se giro la testa intuisco
il bosco di là della nebbia
col suo respiro nuovo
che discende la collina
mentre il racconto del tempo
si arresta nell'immagine presente
di turbini, foglie
e odori.
Cortecce e  rami
rivestono il sentiero
che sale alle nubi
e l'abito fradicio gronda
gemme sfavillanti,
smeraldine
come gioielli antichi.
C'è quiete nella terra smossa
che sostiene le piante,
silenzio sospeso,
passi attenti,
odore di fumo
che indovino oltre le piante,
casa.

sabato 18 aprile 2020

L'IDEA DI UN MONDO DIVERSO

L'IDEA DI UN MONDO DIVERSO.
(parte prima)

 Era il luglio del 1976.
Arrivai a Quito con un interminabile volo della compagnia aerea Avianca.
Milano, Madrid, San Juan de Puertorico, Barranquilla, Bogotà.
Lo spagnolo lo avevo imparato cantando e ripetendo le canzoni degli Inti Illimani, dell'Ecuador sapevo quello che avevo letto sui libri, la fantasia faceva il resto.
Ricordo ancora il prezzo del biglietto aereo: 630.000 lire andata e ritorno, x l'epoca un prezzo irraggiungibile per molta gente. Ma l'idea che ci animava in quegli anni era così forte che avrei affrontato qualunque sacrificio pur di partire. E sacrifici ne feci: chi fa volontariato, chi crede davvero in ciò che fa, beh paga di persona, in tutti i sensi, e lo fa gratis. L'organizzazione, che era una cosa seria, non mise un centesimo: mi vendetti tutta la sterminata collezione di LP che avevo accumulato anno dopo anno, tutta. Avevo risparmiato lira su lira con ogni tipo di lavoro e ce l'avevo fatta.
Il Che era morto da pochi anni ed il Presidente Allende, il nostro Presidente, era stato ucciso a settembre di tre anni prima.
Mi muovano gli ideali di solidarietà, condivisione, fratellanza. L'idea che il mondo lo si cambia partendo da se stessi, con l'impegno personale e pagando di persona, era un motore insopprimibile.
Ecco, andare a toccare con mano quello che si teorizzava tanto in quegli anni: lo sfruttamento, l'imperialismo, le drammatiche condizioni di miseria in cui il mercantilismo ed un sistema sociale basato sul profitto costringevano centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo. Il Sud America era considerato il giardino di casa degli Usa, e lo si era ben visto in Chile col golpe orchestrato, l'11 settembre del 1973, dal premio Nobel x la pace Kissinger.
A quell'epoca non c'erano i cellulari, all'aeroporto di Quito avrei incontrato un ragazzo di nome Enrico, originario di Figino Serenza. Alto, con una fluente barba e capelli lunghi, tutto lì. Altro non sapevo.
Non lo incontrai subito, girovagai un bel po' x l'aeroporto, piuttosto spaesato. E se non lo incontro?, pensavo, che ci faccio qui? Non avevo alcun numero telefonico di riferimento perchè dove dovevo andare io non c'era nemmeno la corrente elettrica, altro che il telefono.
Il villaggio era a 180 km a sud di Quito, a 3238 mt. di altezza, nel bel mezzo delle Ande, e per arrivarci bisognava passare ad oltre 4000 mt. sotto il Chimborazo, un enorme vulcano spento, perennemente innevato , che superava i 6200 mt. di altezza. Si chiamava Simiatug, che in quechua significa Bocca di Lupo.
Infine Enrico lo incontrai, caricai il mio zaino e la mia borsa di stoffa (fatta a mano da mia madre) sul Toyota Land Cruiser ed iniziò l'avventura...senza un soldo in tasca ma con qualcosa di ben più importante del denaro: la fede nel futuro e l'idea che il mondo lo avremmo cambiato sul serio: stava soprattutto in noi riuscirci...
Intanto quel mondo era fatto da strade disastrose e sgangherate, dove per fare 50 km ci potevi  impiegare anche 3 ore. E poi da una umanità fantasmagorica, brulicante, colorata, affannata, per la quale un paio di scarpe pareva essere un lusso che pochi si potevano permettere. Mi sembrava di vivere nei romanzi di Gabriel Garcia Marquez e Macondo non era poi così diverso da quello che vedevo dal finestrino del fuoristrada, che Enrico guidava alla ecuadoreña...
E poi pianure verdissime, boschi di eucalipti, foreste smeraldine, vulcani, terra rossa.
All'orizzonte, emergente da imponenti e candide nubi, si stagliava la mole del Cotopaxi, anch'egli ammantato di nevi scintillanti. Una visione indimenticabile, di una bellezza commovente. E mi commossi, sì. Ricordo che le lacrime mi riempivano gli occhi. Se qualcuno conosce cos'è la felicità comprende il mio stato d'animo di allora.
Il Toyota arrancava lentamente su e giù per le le colline che formano l'altopiano interandino, col suo potente motore a benzina. Dopo qualche ora abbandonammo la Panamericana e ci inoltrammo tra le montagne, nella Cordigliera, quella vera. E se prima avevo pensato di viaggiare su una strada impossibile è solo perchè non immaginavo nemmeno cosa mi aspettava nelle ore e nel giorno seguente...
(per chi fosse interessato la storia prosegue nei prossimi giorni)

giovedì 16 aprile 2020

IN MORTE DI LUIS


Salì quella sera
alla tua stanza,
lo sguardo perso
davanti al tuo spirito esangue,
davanti al tuo corpo annichilito,
la pistola al fianco.

Ahi,  Cile ferito.

Salì il feroce calvario
del sangue
del coltello
della morte
della derisione.
Tra le braccia
d'America corse
i suoi anni,
le sue foreste,
le cordigliere australi,
vide annegare il sogno
del rame e del salnitro
nei deserti di Atacama,
ma non chinò il capo.
Scrisse  percorsi primordiali,
cantò il vento delle vette,
il condor fratello
e il  cielo immobile,
ci disse di te
Presidente,
del tuo amore
ingenuo e fiero.

Ora è qui
ombra fulgente
con nuovi occhi
ed un sorriso nuovo,
per tornare la
dove tutto iniziò,
con semplice
ed umana grandezza,
e ricominciare.
Vamos de nuevo Lucho,
Vamos de nuevo  Salvador

martedì 7 aprile 2020

MEMORIA


Il dolore arriva col vento
dalla nostra madre
Africa offesa.
Occhi bianchi
pelle nera
baobab di savane lontane
padre Nilo
nervi ed ossa
di un cielo profondo
e di foreste
strappate ed offese.
Africa schiantata
dalle lacrime,
dai figli
che nutrono
di carne grigia
il fondo del mare.
Africa, donna mia
violata
da reti invisibili
da ferro e rotaie
di miniere profonde
dall'urlo di schiavo
che muore sotto il sole
nei campi
del nostro benessere.
Alza la testa
Africa sorella
nera come la notte
verde come il Congo
gialla come il Niger
d'inverno.
Sorgi sopra le catene,
dal tuo sguardo
spuntino fili
di fosforo
la pioggia conosca
il tuo viso riarso.
Africa meraviglia
cuore
anima
denti bianchi
di un sorriso nuovo

lunedì 17 febbraio 2020

17 FEBBRAIO 1600


Io sono la tigre che osserva attenta
il gioco del vento tra le foglie
e il capriolo dagli occhi umidi
che si cela immobile allo sguardo
Io sono il lampo del cielo
e le nubi nere che custodiscono
il bosco silenzioso
Sono l'erba e il minerale
e il motore sincrono
che regola la danza delle infinite
stelle
il sorgere del sole e lo splendore
della luna
Io sono il fuoco
del vulcano e lava travolgente
Il respiro della balena e l'onda
bianca che la accoglie
Io sono il fiore del ciliegio
l'alba tersa di ogni nuovo
giorno
il cammino del viandante e la sabbia
del deserto
il cobalto dell'infinito spazio
e l'atomo puntuale
Io sono l'impermanente attimo
di ogni respiro
i passi sulla terra
e le scarpe di questo lungo viaggio
L'intelligenza che nutre ogni
sorriso
il vuoto del pensiero
e la pioggia benedetta
ed ogni neve e ghiaccio
Io sono la vertigine della montagna
Il mistero degli amanti
il palpito dei loro respiri avvinti
l'olio il vino e il sale
di ogni cibo e nutrimento
Io sono vita e morte
e nascita e dolore
 gioia ed abbandono
carezza
lievito spiga e pane.
In me c'è tutto e niente perchè
io non sono nulla
ma non c'è nulla ch'io non sia.

giovedì 13 febbraio 2020

DISKIT


Il candido stupa
custodisce severo
l'orizzonte ceruleo
di picchi diafani
e nevi scolpite nel tempo.
In alto l'eco potente
delle trombe dei monasteri
percuote le valli
e disperde nel vento
le vesti albicocca
dei monaci immobili.
Un volto si desta
e distende le pieghe
al sole ed all'aria sottile,
lo sguardo puntuto trafigge
l'ombra dei corvi
insolenti nel nero
del loro gracchiare.
Sale la carovana
dal fondo,
polvere di fiori
avvolge i sentieri
e nel buio che già custodisce
la valle
mi perdo
e i millenni sono collane
immutabili
e il silenzio
racconta la ruota
dell'eterno mai nato.

lunedì 10 febbraio 2020

DISKIT


Il candido stupa
custodisce severo
l'orizzonte ceruleo
di picchi diafani
e nevi scolpite nel tempo,
mentre l'eco potente
delle trombe dei gompa
percuote le valli
e disperde nel vento
le vesti albicocca
dei monaci immobili.
Un volto si desta
e distende le pieghe
al sole ed all'aria sottile,
lo sguardo puntuto trafigge
l'ombra dei corvi
insolenti nel nero
del loro gracchiare.
Sale la carovana
dal fondo,
polvere di fiori
avvolge i sentieri
e nel buio che già custodisce
la valle
mi perdo
e i millenni sono collane
immutabili
e il silenzio
racconta la ruota
dell'eterno mai nato

domenica 9 febbraio 2020

INCENDIO

Ho passato il mio tempo
a seminare stelle,
le ha nutrite
il vento terso d'inverno,
ed ora
nuovi fili di fosforo
trafiggono il buio.
Ma vedi
è il tempo del raccolto:
stanotte
mi inginocchierò
nei campi del cielo
e nel silenzio
colmerò le mie mani

IL GEOMETRA

La luna danza attorno alla Terra.  Solcano i Pianeti nelle loro orbite
il cielo ed  assieme incatenati
ruotano attorno al Sole
che partecipa  in un movimento
sincrono e perfetto
al respiro degli astri del firmamento.
Ad immagine del sommo Geometra
l'Universo tutto
è perfetta armonia e perfezione,
e non v'è luce senza buio,
nè vuoto senza pieno,
fuoco senza acqua,
fuori senza dentro.

INVINCIBILI

Il cielo cessò il suo respiro
Gli alberi piansero acqua
Si piegò l'erba sommessa
Tacque il bosco dei muschi
Smise il bambino il suo pianto
Muti i semafori
Sospesi gli amanti
I tetti lucidi attenti
Le braccia sciolte dai corpi
Le strade conobbero l'onta .
Alle 17,03.
Vibrarono le ali d'acciaio
Il cuore ruggì
Il rombo riprese nel grigio
Il muro improvviso
Il lampo rabbioso
Il gemere muto
Il nulla.
Alle 17,03

PORTAMI VIA

Ormai sono fragile
Inadeguato
Sofferente.
Vecchio.
Portami via
Non sono preparato
al pianto del debole
All'urlo disperato
All'odio rabbioso
per la mano che tende
inutili
le dita.
Non voglio più vedere
Non voglio più soffrire
Ho diritto a non combattere.
Ho troppo combattuto.
Portami via
Ho diritto al mio sorriso
Ho diritto al tuo sorriso
Alle tue mani nelle mie
Alle mie mani nelle tue.
Ho diritto ad ali robuste
A penne scintillanti
Ad un sole nuovo
Ad una pace silenziosa.
Portami via

NESSUN DOLORE

Nel silenzioso bosco di bambù il vecchio procedeva estasiato. I piedi nudi scansavano i piccoli rami che ogni tanto ostruivano il passaggio mentre i suoi sensi erano carezzati dalla musica dell'acqua la cui  presenza  egli  percepiva dolce e solenne.  Il Fiume apparve all'improvviso, tra le foglie smeraldine carezzate dal sole al tramonto. Gorgoglìo sommesso, fruscìo lungo le sponde; una bruma leggera ed evanescente ne sovrastava la corrente lenta e maestosa.
Le rughe del suo volto consunto si distesero, le gambe si piegarono e lentamente si sedette.
È per questo vero che hai vissuto sinora?
Si, per essere qui in questo momento, l'unico che mi è dato. Altro non c'è mai stato, altro non ci sarà.
La grande Madre sembrava ascoltarlo, scorrendo lenta nella foresta, la Madre che tutto nutre e sostiene, quella che non ha  inizio e mai avrà fine.
Nessuna sofferenza più lo feriva, nessun attaccamento, nessuna avversione. Nè felicità, nè tristezza, nè desiderio, nè brama. Nulla offuscava i suoi occhi.
Il giovane daino che poco lontano si abbeverava tranquillo  e che l'aveva osservato a lungo senza timore, sollevò il capo dall'acqua e parve quasi sorpreso nel non vedere più il vecchio.
L'erba su cui poco prima egli era seduto serbava ancora la sua impronta, un poco piegata in avanti, verso la corrente.
Tito galleggiava immobile disteso nell'acqua fresca, le braccia aperte, il viso rivolto al cielo. Una nuvola leggera traversò rapida l'azzurro, smisero gli uccelli il loro canto, sospeso fu ogni respiro ed ogni rumore.
Tito sorrise, chiuse le braccia e si lasciò andare, lentamente attratto dall'insondabile e muta profondità. Un rapido gorgo si chiuse sopra di lui.
L'Assoluto lo accolse, L'Uno che tutto contiene lo cullò nelle sue mani amorevoli, l'eterno ciclo ebbe fine.
L'ultimo uomo, puro nel pensiero e vuoto ormai di ogni peccato,  aveva compiuto il suo sentiero

UOMO

Ero tua madre il giorno
che partisti
ed ero la lacrima sul tuo viso.
Ero colui che ti picchiò
e ti rubò il denaro
ed ero la ragazza
che ti sorrise mesta.
Ero il bambino
che ti dissetò
e l'uomo che ti ridusse
in schiavitù.
Ero la sabbia che ti bruciava
i piedi
ed ero i sandali
che togliesti
al tuo amico morto.
Ero le sue ossa ad imbiancare
al sole
e lo scafista
che ti imbarcò.
Ero la donna incinta
al tuo fianco,
la dolce onda del mattino
e la feroce che ti gettò
in mare.
Ero la mano che ti strinse
e ti salvò,
ed ero il medico
che ti curò.
Ero il tuo nemico
ed il tuo fratello.
Sono un uomo

sabato 8 febbraio 2020

LA COLLINA

Le case addossate
sulla collina
come vertebre preistoriche
raccontano trame
di un tempo immobile.
Sdraiato sulle stoppie del prato
respiro il cielo ventoso
al confine del bosco
e ammiro gli occhi
delle finestre
carezzate dal sole.
Sale un'auto
sulla strada polverosa,
il motore è un brusìo,
quasi un richiamo,
lieve nel silenzio
del tufo e dei calanchi.
È ora di tornare,
dietro le rive
si spande  il fumo tormentato,
ma è profumo di legna, di casa,
di quiete mai interrotta,
di una promessa lieve,
della sera che scende

mercoledì 5 febbraio 2020

COBALTO E NUVOLE

Vento e luna
Cielo e terra
Il ciliegio scuro,
Fruscìo nascosto
Pensieri attenti
Abbandono
Quiete
Volto di donna
Amorevole gentile
La stringo
Quiete
Sorriso nel buio
Cobalto e nuvole
Notte

IRIDE

Conosco un luogo nel profondo
con onde,
schiuma
e arcobaleni.
Se mi sdraio sul ciglio
d'erba smeraldina
posso respirare
il vento
e le brume
di gocce iridescenti.
Avvicinati,
tendi la tua mano,
dammi il braccio
con fiducia.
Vedrai le acque giocare
coi gabbiani,
avrai il volto carezzato
dalla luce.
Non aver paura,
lascia andare
il tuo respiro,
i tuoi occhi volgi
nei miei occhi.
Nel profondo
c'è una cosa nuova,
una contentezza lieve,
un azzurro tenero
come le pozzanghere
di marzo:
la solitudine è volata,
siamo in due

GLI ABBRACCI

Gli abbracci non consumano,
creano ponti di felicità.
I sorrisi non bruciano
ma illuminano
gli occhi di chi li riceve.
Gentilezza e tenerezza
sono  balsamo
per  le ferite.
Amore non è proprietà
o lenzuola in comune
ma carezze per l'anima.
Condivisione non è cortesia
ma un pane che si spezza
in due.
Cammino non è spostamento
ma viaggiare fianco a fianco.
Orizzonte non è un limite
ma il luogo da cui inizia
il  sentiero.
Affetto non è benevolenza
ma premura e luce ogni mattino .
La semplicità difficile a farsi

DIO

Il rumore di Dio
è nel profondo.
Una presenza costante
che spezza il silenzio
della notte,
che folgora il cuore
con improvvise risalite,
che ripiomba nascosto
ma presente,
muto
insondabile
paziente.
Riposa sul cuscino
e nel buio ha fili ardenti
ed occhi infiniti.
Custodisce i pensieri,
sorveglia il mio sonno
il respiro,
la candela della mia vita.
Un soffio solo basterebbe
per essere altrove,
di nuovo nel vento,
nella quiete assoluta.
Ma ci sarò in quell'istante
per vedere da vicino
se il suo sguardo sarà
nel mio sguardo,
se la mia domanda muta
riposerà nel suo abbraccio

I PASSI

Conosco l'amore,
e la grande emozione,
e il cuscino che brucia
scaldato dagli occhi
della notte.
Conosco il risveglio
col subbuglio
laggiù tra l'anima
e il cuore.
E le gambe di cera
e il sole pur tra le nubi
e il giorno che passa
rapido
sino alla sera.
Il cervello combatte
coi sentimenti
ma è il coraggio che vince,
che avvolge le cose
di una luce diversa
che tu non vedevi.
Lascia andare i tuoi passi,
abbandona l'ombra,
che più non ti segua,
e vivi.
Vivere è la condanna
che il caso ci ha dato,
destino è la strada
che noi costruiamo.
Sposta l'orizzonte,
sei tu la padrona
della tua anima

LA CASA

La casa aveva soffitti
alti
ed affreschi silenziosi
che sorvegliavano
i nostri arabeschi.
Lei nella sua sazia nudità
spiava il mondo
dalle persiane,
e le ombre che seguivano
gli uomini giù nella calura
di agosto.
C'era un odore di canna
e di vigna,
la passione trapuntava
le lenzuola
e i nostri respiri
sommessi
sostenevano gli occhi
negli occhi.
Scendevamo la sera
in città
tra i viali i tram e la gente
e l'amore non pago
spargeva
il suo odore
pungente
nel turbine
delle sue gonne.
Bella come un turchese.
Piena come una spiga di maggio.
Incantata e selvaggia
nella sua irridente giovinezza

LUPO


Ti ho sentito stanotte,
caduto il vento,
chiamare la luna.
Ti ho sentito
nel fondo del bosco
parlare con l'acqua,
effimera
nel suo gioco cangiante,
affamata di stelle
balenanti nel buio.
Tremano i rami
nel gelo
e tu in questo
tenue sfavillio
acquieti ogni cosa
col tuo andare
schivo e solitario.
Non temi il mistero,
percorri sentieri ancestrali
e solo ti fermi al mattino
nella forra profonda,
sul letto di erba e rugiada,
nell'alba che celebra
un giorno nuovo
ed un nuovo inizio.

giovedì 16 gennaio 2020

L'ALBA

L'alba non è per tutti.
È il tacere attento
dell'erba  e del pruno
Il levarsi guardingo
del capriolo dal bosco
lo schiocco
del gelo sui rami.
Lo sguardo ferma
la luce
invita la campana al suono
veste il silenzio.
Ma si può attraversare
 l'incanto ed il bosco
senza vedere,
vivere i giorni senza sapere
rincorrere il desiderio
senza placarlo.
Così,
nel brusio di una radio
mai spenta,
inascoltata, inutile.
L'alba è un premio
che si guadagna

IL TRASPORTO UNGHERESE.


Le ruote gemettero come fosse vetro
Le porte si aprirono come fosse festa
Il treno soffiò come fosse sazio
I bambini quieti come fosse sabato
Le donne mute come in un presagio
Gli sgherri risero come fosse  circo
Le  fruste morsero come fosse carne
I cani abbaiarono come fosse un ordine
La colonna marciò sulla banchina umida
Alle baracche giunsero come fosse casa
Gli abiti lasciarono colme di vergogna
I figli strinsero al seno freddo e vuoto
Nude tremanti perchè era orribile.
Nello stanzone entrarono come fosse gregge
Silenzio fecero come in una attesa
Gli occhi negli occhi come fosse l'ultima.
Il gas scese come fosse acqua
I corpi tremarono boccheggiando vita
Il nero cadde come fosse semplice
Il vento soffiò come fosse immemore
Lo spirito venne come fosse madre
La morte scese come fosse morte

(In memoria delle 800 donne e bambini trucidati ad Auschwitz nel tranquillo  pomeriggio di venerdì 8 settembre 1944)

martedì 14 gennaio 2020

IL VIAGGIO

Appoggiato al pruno
Respiro il vento.
Le foglie
Raggiungono la terra
E l'albero
Rivela le sue trame
Nude
Nell'orizzonte quieto
D'ell'autunno.
Custode sarà il freddo
Paziente
e necessario
E nel viaggio
Tornerà la neve
E il gelo mattutino
E albe terse primordiali.
Per un sole nuovo
Per un nuovo inizio
Per un  albero bambino
Nutrito delle foglie
Che son di nuovo legno
E linfa nuova
Nell'eterna ruota
Del mai creato
E del senza fine

PRIVILEGIO

Che privilegio
non dormire la notte.
Sento il lupo
chiamare la luna
giù basso nel bosco.
Il vento parla col rivo
quieto
tra canne
e frusci sommessi.
È tempo di andare,
con passi nuovi
nel bianco lucore
di stelle
nell'alba ancora lontana
nel freddo che avvolge,
nel sogno
che ancora ci brucia
e che arde nel cielo.

INCENDIO


Ho passato il mio tempo
a seminare stelle,
le ha nutrite
il vento terso d'inverno,
ed ora
nuovi fili di fosforo
trafiggono il buio.
Ma vedi
è il tempo del raccolto:
stanotte
mi inginocchierò
nei campi del cielo
e nel silenzio
colmerò le mie mani