giovedì 8 dicembre 2011

TERRA INCOGNITA





La penombra ti custodisce 
nella quiete tersa della sera.
Hai un viso sommesso
puntato di palpebre inquiete,
come un campo percosso
dal vento insistente d'inverno
o un leggero crocchiare di foglie
ai piedi del bosco.

Intuisco pensieri celati, 
lavoro di sogni che attraversano
zigomi e ciglia,
ma per me è incognita  terra,
scrigno di cui non posseggo
la chiave.
Su te sola ripieghi lo sguardo,
il fiero lampo non domo.

domenica 31 luglio 2011

IL PUNTO DI CONTATTO, 3



"Si chiamava Beatriz Serrano ed aveva allora 38 anni.  Era nata a Valencia, in Spagna, da padre e madre spagnoli e laggiu' era vissuta sino ai venticinque anni. Il padre, Moises, era un antiquario molto conosciuto in città che aveva ereditato dal nonno materno la passione per le cose antiche e la bottega, situata in Calle del Convento de la Puridad, a ridosso del real monastero di clausura delle Clarisse francescane. Un uomo benestante, il cui cruccio era l'aver avuto un'unica figlia, che aveva chiamato come sua madre. Sua moglie, Almundina Sanz, non se n'era invece mai lagnata ed in cuor suo ringraziava il Padreterno di non averle dato altri figli. La loro esistenza trascorreva serena e senza scosse e s'erano potuti permettere di mandare la figlia, non appena compiuti i dodici anni, al collegio femminile delle Religiosas Esclavas de Maria Immaculada, quello che durante la guerra civile rischiò di essere incendiato dagli anarchici ma che naturalmente ebbe grande diffusione e successo durante il franchismo. La sua fondatrice, Juana Maria Condesa Lluch, è stata beatificata, se non sbaglio nel 2003,  dal vostro papa Woityla.  M'han detto che quel soggetto è andato nel 1987 a Santiago a benedire la Moneda ed è apparso al balcone col bandito Pinochet."
"Sì che è vero" ribattei io "Il viaggio fu organizzato dall'allora nunzio apostolico in Cile, Sodano, ora segretario di Stato vaticano. Lo stesso che, nel 1993, si adoperò per inviare al dittatore cileno i fervidi auguri papali per il suo cinquantesimo anniversario delle nozze. Dovrei persino avere da qualche parte copia di quelle missive, apparse sui quotidiani cileni di allora". 
Detto ciò mi arrampicai sulla scala di legno appoggiata alla biblioteca ed in pochi minuti venni in possesso di una copia del quotidiano El Mercurio nella quale il vanitoso Pinochet rendeva noto il testo delle missive Vaticane.
"Ecco qua", dissi piuttosto orgoglioso.
 "«Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine», scrive senza alcun imbarazzo il Papa, «con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Firmato: Giovanni Paolo II
Ma ciò è poco in confronto a quel che scrive calorosamente il cardinal Sodano. Il cardinale scrive di aver ricevuto dal pontefice «il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla sua distinta sposa l'autografo pontificio qui accluso, come espressione di particolare benevolenza». Aggiunge: «Sua Santità conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile». E conclude, riaffermando al signor Generale, «l'espressione della mia più alta e distinta considerazione»"
Pablo mi guardò esterrefatto e sbottò amaramente "Meno male che sono morto prima e non l'ho visto....Ma non divaghiamo, che la storia è lunga. Recriminare, almeno per me ormai, non serve piu' a nulla".
"Stavo dicendo, dunque, di Beatriz e del suo ingresso al collegio delle monache. Beatriz era, all'apparenza,  una ragazza  docile e sottomessa e si sottopose di buon grado, almeno all'inizio, alla disciplina conventuale della scuola religiosa. Ma dopo pochi mesi  iniziarono i suoi attriti con le monache. Inizialmente causati dal suo poco interesse per alcune delle materie insegnate: economia domestica e cucina, ad esempio e successivamente da una sua certa tendenza alla divagazione ed alla fantasia, difetto terribile, quest'ultimo, in una giovane dell'epoca, almeno secondo le monache. Una ragazza, pensavano ed insegnavano, deve avere la dote dell'umiltà e della sottomissione e deve saper stare al proprio posto. Il suo regno sarà la casa. La fantasia suggerisce cattivi pensieri e non deve trovare alcun  posto nel suoruolo di futura sposa e di madre.      

IL PUNTO DI CONTATTO - 2 - Capitolo primo. Pablo


Trovai Pablo in biblioteca, seduto in una poltrona vicino alla finestra, dalla quale entrava una luce lieve e quasi irreale che  sottolineava con delicatezza la  sua figura curva e la testa  incanutita dagli anni. Sembrava che  lo vedessi in quel momento per la prima volta: il tempo aveva lavorato pesantemente sul suo aspetto ed è davvero inspiegabile come io avessi invece potuto, per decenni, continuare a guardarlo con gli occhi della fantasia: giovanile ed ancora prestante. Mai avrei  immaginato che si potesse continuare ad invecchiare anche dopo morti.

Vivo non l'avevo invece mai conosciuto, se non da lontano,  ma lo incontrai da morto poco prima che chiudessero la bara ed iniziassero quei dolenti e terribili funerali che si dipanarono per le vie di  Santiago cupa e silenziosa, ormai schiacciata dal terrore degli sgherri di Pinochet.
Era il 23 settembre 1973.
Gli avevano devastato la casa, distrutto  i mobili, sventrato i letti e le poltrone. Non uno dei sui libri era stato lasciato al suo posto, a terra giacevano ammucchiati e bruciacchiati i ricordi di una vita. Le lancette di un  vecchio orologio a pendolo erano state conficcate nel  ritratto di Matilde, in mezzo agli occhi, l'unico che ancora campeggiava, nell'entrata, appeso al muro. Aperte le gabbie degli uccellini multicolori che lui amava, spaccati i vasi di fiori che ornavano i balconi, scempiata la sua scrivania con escrementi ed urina.
Matilde, in un angolo, muta e piegata, assisteva i due uomini che sigillavano il coperchio della bara.
Poi partimmo per le strade in discesa, verso il barrio antico ed il mare.
La bara davanti, portata a spalle dagli amici, e dietro noi, alcune dozzine, piangenti ed sopraffatti. Il cielo  plumbeo partecipava al nostro lancinante dolore bagnandoci con una pioggia lieve ed intermittente.
Arrivati al primo incrocio incontrammo i carabineros,  arrampicati su un paio di camionette blindate: ci puntavano minacciosi i fucili e ci fotografavano con insistenza.
Ad un tratto smise di piovere e spuntò tra le nubi il sole tiepido.
Ad ogni incrocio,  minutamente ed in silenzio, si univa gente al corteo, che diventò ben presto un fiume inarrestabile di donne ed uomini. Giovani ed anziani di ogni ceto sociale e d'ogni professione.
Ed alle finestre ed ai balconi, timidamente e poi con determinazione e coraggio, si affacciava gente commossa e piangente; occhieggiavano bambini dietro le gonne delle madri, i gerani sfidavano i davanzali,  le foglie degli alberi stillavano lacrime incredule ed iridescenti.
Apparve una bandiera rossa, all'ultimo piano di un palazzo ottocentesco e poi un'altra, ed un'altra ancora, e poi tante bandiere cilene e quelle nere degli anarchici e fazzoletti e sottane colorate ed il vento che quasi per gioco le scompigliava.
Fu uno dietro di me che iniziò per primo, aveva una voce profonda e sommessa, seguito subito da una donna. Compagni avanti il gran partito noi siamo dei lavoratori...E poi cento e mille voci, e poi cantavano tutti quelli del corteo ormai diventato processione e quelli delle finestre e dei balconi; i negozi alzavano le  serrande, chiuse da giorni. C'era chi salutava a pugno chiuso e chi si segnava con la croce.
I militari circondavano il corteo ma non ebbero il coraggio di interromperlo e quella bara sorretta ormai da migliaia di mani avanzava come la prua di una nave a fendere la folla ed i pensieri,  come un pugno all'indifferenza ed al terrore od un foro scavato nel cuore dell'oppressione, come un drappo steso ad asciugare il sangue che imbrattava le strade ed il vino versato dalle botti.
Poi tutto fu buio, morte e distruzione e della tomba di Pablo si perse persino il luogo.
Ma ora che l'oceano di Isla Negra circonda lui e Matilde di candide spume e gabbiani chiassosi e impertinenti, ora che la pietà umana li ha finalmente riuniti,  su quella tomba si sente ancora, confusa nel vento, l'eco di quel canto struggente e coraggioso che lo accompagnò per l'ultima volta tanti anni orsono .

Pablo alzò il capo dal libro che stava sfogliando.
"Ti ho sentito l'altro giorno litigare con Gabriel, e stavo ora rileggendo questa mia biografia"  disse sorridendo.
"Era ancora da rivedere, e mi dispiace di non averne avuto il tempo e che qualcuno l'abbia pubblicata così com'era" soggiunse.
"Voglio però raccontarti qualcosa, qualcosa  che non sai sulla donna di cui parlo nelle pagine iniziali, la donna che quella notte venne a fare l'amore con me, giovane e inesperto,  sotto le stelle, fra i covoni di grano. Non è vero che non la riconobbi e che non seppi mai identificarla tra le tante che in quei giorni affollavano l'aia dell'estancia durante la mietitura. Era una donna sposata e non potevo certamente raccontare  la verità. Ma ora che anche lei è morta da tanti anni posso rivelarti la sua storia..."

martedì 26 luglio 2011

IL PUNTO DI CONTATTO. - 1 - Un Prologo divertente e poco chiarificatore.

Spagnoletto (Jusepe de Ribera)

Ieri Gabriel mi ha convocato nel salone di casa e, con tono perentorio, mi ha comunicato che di fianco a Mario non ci vuole stare. Gli ho chiesto se non aveva mai letto 'a Livella di Totò. Mi ha risposto che, Livella o non Livella, lui,  il grande Gabriel, non intende piu' rimanere gomito a gomito con un reazionario .
Ah, dimenticavo. Io coi libri ci parlo, ed anche coi loro autori. Così gli ho fatto notare che, in fin dei conti, loro due sono entrambi  premi Nobel e che non è colpa mia se Marquez, nella mia libreria - sezione Narrativa sudamericana - viene immediatamente dopo Llosa. Ma Gabriel è vecchio ed è anche un testone. Lui vuole che lo sposti di fianco a Sepulveda, od al massimo vicino a Guimaraes Rosa. Gli andrebbe bene anche Amado, Scorza e persino Borges, ma Llosa proprio no. Mi ha anche detto che  a lui delle mie classificazioni non importa un fico secco.
Dopo una bella mezz'ora di discussioni siamo arrivati ad un compromesso, perchè certo non posso rischiare che se ne vada e mi lasci tra l'altro un buco non indifferente proprio su quello scaffale così in vista, il terzo in alto a sinistra appena entri nel salone. Così Llosa l'ho spostato sotto la V e gli ho messo di fianco Pablo che è sì un poeta e non un romanziere ma che, con la sua autobiografia Confesso che ho vissuto, può tranquillamente convivere con un vecchio ipocondriaco come lui. Ho anche trovato  il punto di contatto tra i due, e dovevo pur trovarlo.
Il punto di contatto sono appunto le loro autobiografie. La cui migliore non è Vivere per raccontarla , e questo  ho dovuto dirglielo perchè era un pezzo che mi stava sul gozzo, ma proprio quella di Pablo.

Dall'alto della sezione Narrativa italiana intanto, Umberto se la rideva di gusto. Lui e la sua vertigine per le liste.Un altro suonato. Si vede che, con l'età, si acuiscono non solo i pregi ma anche i difetti. Non ho mai digerito né BaudolinoL'isola del giorno prima, ma tant'è, i soldi li ho spesi ed io i libri non li butto. Semmai li raccolgo quando gli altri se ne disfano. Persino quelli della Fallaci.
L'ultimo ritrovamento, nel cassonetto della carta che hanno sistemato giu' in cortile, è un Catalogo della Pinacoteca di Brera. Valore cento euro o giu' di lì. Intonso, ancora avvolto nel cellophane. E, da maniaco per l'ordine qual sono, mi sono anche domandato perchè quel somaro che l'aveva buttato non avesse fatto un piccolo sforzo in piu': togliere il cellophane che lo proteggeva e gettarlo nel cassonetto della plastica. 
Nel mentre che perdevo tempo in simili considerazioni mi cade l'occhio su un foglio abbandonato proprio di fianco al Catalogo di Brera.  E su quel foglio individuo, vedi il caso, l'unica frase che poteva interessarmi: ...e la sventurata  rispose. Capitolo X, ovviamente, di un romanzo piuttosto celebre.  Se c'è il foglio ci sarà anche il libro, mi dissi. E difatti c'era. Guarda, mi son detto, se quel somaro di Gabriel mi deve creare tutte 'ste storie, visto che  persino il caso si diverte a creare affinità e punti di contatto. Scrittore milanese uno, museo milanese  l'altro.
In verità, aprendo a casaccio il Catalogo, capitai su  un dipinto che, apparentemente,  di milanese aveva ben poco: un bel San Gerolamo in meditazione che fissa con attenzione il classico  teschio di prammatica  impugnato saldamente con la mano destra. L'autore? Jusepe de Ribera, detto lo Spagnoletto. Sala XXIX. Formatosi a Valencia e vissuto a Milano attorno al 1612. Ecco un altro punto di contatto.

Così ho deciso di giocare a  Gabriel  un bello scherzo. Non sia mai che la dò vinta ad un vecchio logorroico, anche se premio Nobel.
Ho lavorato l'intiera  notte mentre tutti, autori compresi, dormivano. Ho rivoluzionato un paio di Sezioni ma ne è valsa la pena.
Ho disfatto la Sezione Narrativa sudamericana ed ho creato la sezione Narrativa ed Artisti di lingua spagnola. Poi ho messo il Catalogo di Brera di fianco a Marquez e mi sono seduto in poltrona ad aspettare il risveglio per vedere l'effetto che gli avrebbe fatto.
"Cos'è sto malloppo che mi hai affiancato", sbotta alle sei di mattina Gabriel, che come tutti i vecchi si alza presto.
"Sezione Narrativa ed Artisti di lingua spagnola" ribatto io serafico.
"E che c'entro io col catalogo di Brera?"  inveisce l'ipocondriaco, dopo aver squadrato con astio e senz'alcuna curiosità il tomo inserito al suo fianco.
"C'entri c'entri...." sghignazzo. Ed aggiungo soddisfatto: "Il diavolo si nasconde nei dettagli, caro...sfoglia il catalogo e ci troverai il punto di contatto".
Intanto Umberto continua a ridacchiare...ma non sa che un giorno o l'altro uno scherzetto lo gioco anche a lui. Facile fare dell'ironia quando ci si riposa, tranquilli e sereni, tra Deledda e Fogazzaro.
Gliel'ho già detto: se mi fai girare le scatole tolgo Fogazzaro e metto Fallaci e poi vedrai se ridi ancora. 

giovedì 14 luglio 2011

EGEO


Ti parlai
l'altra notte
dei gerani
e del vino
che saliva alle botti.
Ma tu sei l'ombra
che combatte la calura
o la luce
trionfante
nella via ombrosa di balconi.
Legno prezioso
nella tua nudità saziata
che sorge dal mare
soggiogato.

martedì 14 giugno 2011

I quattro referendum

 
La cosa che da subito balza agli occhi comunque la si pensi è la fine del feeling che berlusconi ha saputo instaurare con una non piccola parte degli italiani. E' l'inizio della fine.
Non sarà purtroppo una fine rapida ed indolore ma è iniziata. E la coltellata l'ha ricevuta proprio da quel popolo  che l'aveva sostenuto indiscriminatamente in questi anni. Quel popolo che  aveva accettato ed  introiettato il suo stile di vita ed i suoi messaggi destabilizzanti. Parlo dei leghisti, innegabili partecipanti al voto di ieri, e non in piccola misura. Legittimati per un quindicennio all'assalto di ogni legge, regola o convenzione civile, le sole che reggono la vita democratica di una nazione. Legittimati a violare quei comportamenti che sono alla base della convivenza tra esseri umani organizzati in società complesse. Legittimati a fare strame della giustizia da un capo del governo che l'ha usata ed osteggiata solo per i propri interessi personali.
Berlusconi ha preso due manrovesci inaspettati in meno di un mese dimostrando così di essere ormai incapace ad intercettare gli umori della gente, cosa in cui, inutile negarlo, è stato maestro insuperato. Parlo anche della sua insuperabile capacità di volgere a proprio vantaggio ogni situazione ,persino le piu' disperate.
Questo però, cosa che gli analisti dei giornali "democratici" non dicono, si accompagna ad una parallela incapacità  dei leaders dell'opposizione di trarre vantaggio e lezione dalla frana di questi ultimi mesi.  E non solo per la decennale coazione al consociativismo che li ha portati troppe volte a tollerare la deriva populista del capo del governo e dei suoi accoliti, ma soprattutto per la prova da loro data di essere incapaci a comprendere ciò che anima e si sviluppa oggi nella società italiana.
Insomma il dalemismo, esegeta della modernità e della rivincita del capitale sul ventennio dei moti sociali, ne esce ugualmente con le ossa rotte. Non mi riferisco solo alla sua pratica di omologazione (vedi la triste esperienza della bicamerale) inutilmente ricercata del berlusconismo, ma anche appunto all'inadeguatezza di analisi che porta D'Alema ed i suoi interpreti a perseverare nella strada antipopolare  delle riforme restauratrici del sistema. Incapaci di comprendere che la gente (questa volta possiamo usare il termine nel suo senso piu' ampio e genuino) non è disposta a seguirli su una china che ha come fondo la precarizzazione non solo dei rapporti sociali, lavorativi  ed umani ma soprattutto della propria esistenza.
Molti hanno capito (ache se ancora non sono in grado di spiegarselo e di spiegarlo) che la modernità del nuovo millennio, quella che ha abbattuto il ciclo fordista produzione-riproduzione imponendo al mondo un sistema incontrollabile persino al capitale, è incompatibile con la vita delle persone.
La gente ha capito, ancora e per ora solo a livello di pancia, che la corda non può essere tirata oltre un certo limite. I beni primari e la propria sopravvivenza non sono negoziabili, il sistema non può reggere oltre un certo limite.
Ci siamo domandati per tanti anni dove sarebbe riemersa la talpa dopo il suo lungo scavo. E' riemersa qui, come sempre nelle contraddizioni insanabili tra i bisogni e le forzature moderniste. Ed è riemersa persino e con la collaborazione inconsapevole della parte piu' retriva e becera della popolazione, quella che ha appoggiato la ristrutturazione ma che infine ne sta subendo ugualmente le feroci conseguenze.
In tutto ciò i comunisti sono ancora capaci di vedere degli insegnamenti oppure il messaggio gramsciano si è definitivamente perduto?
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domenica 29 maggio 2011

Il vortice



Ma quando
in quel lontano giorno
mi guardasti trasognata
e mi dicesti d'amarmi,
affogata languida
nei miei occhi,
sapevi il franare
degli anni?
Non conoscevi
la durezza del sogno,
l'inadeguatezza dei giorni,
la rassegnata sopportazione
d'un uomo duro
sprezzante
orgoglioso.

Eppure dicesti d'amarmi
e il dubbio
non ti percosse.

Ho compreso
ma non ingoiato
la moderazione,
ho imparato
il silenzio
ma non l'ho praticato.
Ora che le ore
tracìmano
e il tempo
si è dimezzato,
tu che hai la saggezza,
insegnami.

martedì 24 maggio 2011

Tancredi



"Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".

lunedì 23 maggio 2011

Gaia


Il nibbio risale la termica in lente volute. Non batte un colpo d'ala, si lascia trasportare dal calore e pare, visto attraverso il binocolo, assorto o persino addormentato. Ed invece controlla attentamente il territorio, al limitare tra il prato ed il bosco.Non è un gran predatore, il nibbio. Potremmo dire che è l'anello di congiunzione tra gli avvoltoi ed i rapaci: difatti si nutre più facilmente di piccoli animali morti che di prede vive. E questa è anche la sua debolezza, che spesso lo perde e lo mette in pericolo di vita. Perchè, nutrendosi di carogne e servendosi spesso delle discariche, a volte incappa in esche avvelenate, disseminate da qualche idiota per liberarsi degli animali cosiddetti nocivi: volpi principalmente, oppure faine, donnole, cani randagi.
Il nibbio che ci hanno portato il mese scorso era palesemente avvelenato. Aveva una bava nerastra che gli usciva dal becco, gli occhi ormai bianchi strabuzzati all'indietro, un'espressione quasi di meraviglia e di sorpresa. Bello, nel suo piumaggio sgargiante nero e marrone, affascinante nella sua stazza e nella sua potenza, manifestata dalle zampe solide e dagli artigli acuminati. Era scosso da tremiti e da violente convulsioni; ogni tanto provava a spalancare le ali imponenti, ma senza successo. Poi, all'improvviso, s'è irrigidito, ha lanciato un flebile chiiuu ed è rimasto immobile.
Che destino atroce.
I nibbi non sono uccelli stanziali, ma migratori. Il nostro esemplare era da poco arrivato dal lungo viaggio che compie due volte all'anno. In autunno si raduna in piccoli stormi assieme ai suoi simili ed un certo giorno, rispondendo all'istinto e ad un ordine imperioso, prende la via del sud, valicando le Alpi a grande altezza. Di giorno si fa guidare dai corsi d'acqua o dalle catene montuose seguendo una mappa impressa nel suo cervello da migliaia di generazioni. Di notte, se gli capita di volare, si fa guidare dalle stelle, come tutti gli altri migratori o seguendo il magnetismo terrestre che regola così profondamente la vita di tutti gli esseri viventi.
Ebbene, il nostro nibbio aveva appena terminato la migrazione primaverile che l'aveva riportato a ritroso dal Sahel, luogo della nidificazione invernale, attraverso la penisola iberica sino ai nostri boschi. Cinquemila chilometri per venire a morire avvelenato, qui,  in un giorno di tiepido sole primaverile.

Spesso mi domando che diritto abbiamo di violentare così brutalmente la natura e le sue leggi.
Dicono che ci sono animali nocivi e pericolosi: ma pericolosi e nocivi per chi? Sulla Terra l'unica specie nociva, inutile e pericolosa è quella umana. Tutto il resto vive e muore secondo  le eterne leggi della Natura, il vero unico dio che muove da miliardi di anni, con un motore sincrono e perfetto, il pianeta e l'universo.
Noi uomini vogliamo umanizzare la natura e gli animali. Ma essi non rispondono ad alcun criterio se non a quello della riproduzione della specie e della sopravvivenza.  Gli animali non sono nè pericolosi nè crudeli nè assassini. E nemmeno cattivi. Il predatore cattura la preda più debole e più indifesa, la più piccola e la plù facile, perchè se è vero che devono vivere i piccoli di cervo e di cinghiale è altrettranto vero che devono vivere anche i piccoli di lupo. Solo l'uomo, che è l'unico essere sul pianeta ad avere coscienza di sè e del suo esistere,  risponde a leggi ed imperativi morali.
La Natura non è morale od immorale: è giusta. Ha ragione quel passo del Vangelo che dice che c'è più sapienza in un chicco di riso che in tutte le biblioteche del mondo.
Qual è il mistero che consente da dozzine di milioni d'anni il volo degli uccelli? E quale il meccanismo perfetto che impedisce alla Luna di cadere sulla Terra? Eppure esse ruotano l'una attorno all'altra  con una precisione cronometrica, e tutt'e due attorno al Sole, ed il sistema solare si muove nella Galassia, ed essa avanza solenne verso un punto imperscrutabile dell'Universo, all'infinito. Non si tratta solo di leggi fisiche, c'è una meraviglia, uno stupore, una profondità che noi non siamo in grado di comprendere se non per approssimazione.
Chi siamo noi per mettere in dubbio o per contrastare queste leggi?
La superbia perderà la specie umana. Il peccato di superbia è il più grave ed imperdonabile in cui possiamo incorrere, perchè ci mette contro il tempo e la natura.

Intanto su nel cielo il nostro nibbio, quello vivo, ha visto qualcosa: si ferma in volo, richiude le ali e si getta con una fulminea picchiata verso il suolo, sulla sua preda: un topo o magari un'arvicola. Incosciente del mondo e dell'universo eppure insostituibile nell'immensa ruota della vita.            

sabato 21 maggio 2011

Ode al coltello


Ho un coltello.
Col manico d'osso
e la lama levigata
e lucente.
Fa nobile  il legno,
taglia la frutta e la carne,
alloggia austero
nella sua guaina attillata
di cuoio.

Ed ho un amico
che con l'olio ed il fuoco
ha forgiato paziente
il suo ferro
piegando la natura
all'ingegno.
Donato è un anarchico,
che illumina
con la sapienza
dei classici
la dolcezza
della libertà
ch'è difficile a farsi.

La vampata.


Spio la calura
nascosto dietro
le imposte,
invisibile nella penombra
alla gente che passa.
Rubo i sorrisi
delle donne,
il bisbiglìo confuso
di  amanti abbracciati
nel portone
barocco di fronte
alla chiesa,
intuisco
i giocatori di carte
annoiati nei portici
a bere caffè.
Zampilla eterna la fontana,
un cane beve
con metodo.

Tu ormai sei lontana
tra i monti eterei
che galleggiano
sul tremolio della pianura;
la brezza rapisce
la mosca posata
sul tavolo apparecchiato.
Per me solo.

venerdì 20 maggio 2011

Memoria.


Confondo le cose
nel ricordo.

Forse un giorno
mi dicesti
che il vino saliva
dalle botti
e che le labbra
come fragole carnose
addolcivano
la vita.
Forse mi parlasti
delle strade che odoravano
di cuoio e di gerani
e delle vesti fluenti
che occhieggiavano al vento
delle sere tiepide.

Ci sosteneva allora
il sogno
e la speranza.

Ma venne il disincanto
e i nostri volti
conobbero la terra:
ora il vino s'è fatto
amaro
e le labbra
si sono rinserrate.

Confondo le cose
nel ricordo.

giovedì 19 maggio 2011

Sopravvivenza



Tu come un'ape
industriosa
avvolgi le mie giornate
morte.

Io che non mi riconosco
nell'onda fluente
di quest'arida esistenza
sopravvivo
grazie al tuo ronzio,
ed il naufragio
sulla spiaggia sconosciuta
che pur intravedo
all'orizzonte,
s'allontana.

Perduto come sono
dietro
al tuo miele
e al tuo profumo.

Decenni


Che cerchi
quando
ti specchi
e ti riconosci
appena,
quando ti volti pauroso
a guardare
il tempo inaridito
trascorso non sai come?

Hai ingannato la vita
inseguendo
l'orizzonte
che fuggiva.

Hai fatto
dei tuoi anni
un simulacro
vuoto
di sorrisi.

mercoledì 18 maggio 2011

Notte


Stelle e pianeti
attraversano il cielo
notturno
come favole
ancestrali.
Il vento lustra
lo sfavillio
che occhieggia
tra i rami
crepitanti.