venerdì 21 maggio 2021

 ECCO LA PIOGGIA

dispersa dal vento

sul gelso centenario.

Un picchio scava con metodo

ignaro dell'acqua.

Se giro la testa intuisco

il bosco di là della nebbia

col suo respiro nuovo

che discende la collina,

mentre il racconto del tempo

si arresta nell'immagine presente

di turbini, foglie 

e odori.

Cortecce e  rami

rivestono il sentiero

che sale alle nubi

e l'abito fradicio gronda 

gemme sfavillanti,

scolpite

come gioielli antichi.

Profumo di mare sopra le creste

recato da un soffio più forte,

incanto di pigne,

grazia e respiro

di fratte e dirupi,

bianco del tufo riarso.

C'è quiete nella terra smossa

che sostiene le piante,

silenzio sospeso,

passi attenti,

odore di fumo

che indovino oltre le piante,

casa.

 Ti osservo a volte

compresa nel tuo gentile sguardo, 

gli occhi perduti

nel sogno delle nuvole

eteree del cielo,

dell'albe chiare

e dei tuoi infiniti giorni

e torno bambino anch'io,

in quelle ore assolate

di periferia,

anch'io incantato 

da quella meraviglia

della vita che scorreva lieve,

che prometteva

gioia, corse infinite,

una luce che non finisce mai.

E come la mia mano 

trovava la certezza

in quella di mio padre,

così ora la tua esile e fragile

la cerca nella mia.

A volte scorgo un'ombra di paura,

nel tuo volto il bisogno

di rifugio,

ma son io che lo trovo in te,

son io che vedo il vorticoso limite,

l'orizzonte che si chiude,

la stretta strada solitaria 

avvicinarsi nel suo confine ultimo.

Dammi allora e ancora

il lampo del tuo sogno,

la sicurezza del tuo incedere bambino,

adesso che le ore sono tenui

di crepuscolo e cose andate,

dammi la tua lieve giovinezza,

i tuoi sinceri occhi.

Perché in essi c'è ora il mio destino,

le poche cose che conosco,

ciò per cui ho vissuto

e che non è perduto.