Ci siamo sdraiati sulla rugiada gelida al limitare della foresta, nell'incerta luce dell'alba. Fa freddo stamattina, forse due o tre gradi sopra zero, ma è il momento più bello della giornata ed entrambi vorremmo che il barlume di luce che già rischiara le cime degli alberi da Oriente rimanesse così sospeso all'infinito.
Inquadriamo la Volpe nei binocoli: bella, lucente, dal pelo rosso e con una macchia bianca sul petto. Non ci sente perchè siamo sottovento e lavora tranquilla, con metodo. La vediamo bene perchè l'erba di questa stagione è ancora bassa, ed il suo intenso smeraldo già contorna qualche piccola farnia che è spuntata nel prato. La Volpe si drizza sulle zampe posteriori e poi, con un balzo agile e repentino, percuote la terra con forza con quelle anteriori. E' un gesto innato, che compie senza nemmeno sapere il perchè, ma lo sente in se necessario e dentro di lei parlano le migliaia di generazioni che dai primordi del mondo gliel'hanno tramandato. Cerca di stanare l'Arvicola, che si nasconde nella tana sotto terra e si spaventa del suono che nei cunicoli rimbomba amplificato.
La luce ora è più netta e si scorgono nitidamente sullo sfondo, tra i primi alberi del bosco, alcuni Cervi che pascolano i germogli avidamente.
La Volpe è probabilmente riuscita nel suo intento perchè ora comincia a correre all'inpazzata, qua e là, probabilmente rincorrendo la preda. Ma nel nostro binocolo compare un'ombra, nera e repentina. Come una saetta piomba dal cielo il Nibbio, che avevamo visto volteggiare noncurante poco prima e ghermisce con uno stridio acuto l'Arvicola sottraendola alla Volpe che già pregustava il pasto. Tutto si è svolto nel silenzio, come al rallentatore.
Ora la scena è ricomposta nella sua maestosità e nella sua semplicità, tutto torna al suo posto.
Per una volta non ci siamo sentiti degli intrusi, forse abbiamo ancora bisogno di rassicurazione: della certezza che vi possa ancora e sempre essere una frontiera, dove ritrovare forza e fiducia, dove ritrovare la nostra essenza umana più profonda. La foresta silenziosa è la nostra frontiera, un limes oltre il quale però non ci sono popoli ostili e terre incognite, ma un suolo da percuotere con passi lenti, un fruscio da annusare, una foglia che cade impigliandosi in una ragnatela, un ruscello occhiuto di rane tra i canneti. La Terra rinnova i suoi riti ancestrali e ci sentiamo parte di questo prato, di questa rugiada e di quest'erba. Il mito lo puoi rincorrere con pervicacia e pure con desiderio, ma il mito è qui davanti a noi, e ci viene restituito dai primordi, dai nostri antenati che camminavano circospetti nelle brughiere, sotto lo stesso cielo, centinaia di migliaia d'anni orsono.
Non c'è bisogno del Dio rivelato, del Dio occhiuto, salvatore e rinato che oggi si celebra nel mondo cristiano. Dio è la Volpe, l'Arvicola, il Nibbio giunto sino a noi dall'Africa per compiere l'eterno rito della natura. Dio è i fili d'erba piegati dalla rugiada, le piante muschiose ed i nostri abiti zuppi d'acqua.
Oggi la giornata sarà meno pesante.
Buona Pasqua a tutti.