domenica 8 aprile 2012

LA VOLPE E IL NIBBIO



Ci siamo sdraiati sulla rugiada gelida al limitare della foresta, nell'incerta luce dell'alba. Fa freddo stamattina, forse due o tre gradi sopra zero, ma è il momento più bello della giornata ed entrambi vorremmo che il barlume di luce che già rischiara le cime degli alberi da Oriente rimanesse così sospeso all'infinito.
Inquadriamo la Volpe nei binocoli: bella, lucente, dal pelo rosso e con una macchia bianca sul petto. Non ci sente perchè siamo sottovento e lavora tranquilla, con metodo. La vediamo bene perchè l'erba di questa stagione è ancora bassa, ed il suo intenso smeraldo già contorna qualche piccola farnia che è spuntata nel prato. La Volpe si drizza sulle zampe posteriori e poi, con un balzo agile e repentino, percuote la terra con forza con quelle anteriori. E' un gesto innato, che compie senza nemmeno sapere il perchè, ma lo sente in se necessario e dentro di lei parlano le migliaia di generazioni che dai primordi del mondo gliel'hanno tramandato. Cerca di stanare l'Arvicola, che si nasconde nella tana sotto terra e si spaventa del suono che nei cunicoli rimbomba amplificato.
La luce ora è più netta e si scorgono nitidamente sullo sfondo, tra i primi alberi del bosco, alcuni Cervi che pascolano i germogli avidamente.
La Volpe è probabilmente riuscita nel suo intento perchè ora comincia a correre all'inpazzata, qua e là, probabilmente rincorrendo la preda. Ma nel nostro binocolo compare un'ombra, nera e repentina. Come una saetta piomba dal cielo il Nibbio, che avevamo visto volteggiare noncurante poco prima e ghermisce con uno stridio acuto l'Arvicola sottraendola alla Volpe che già pregustava il pasto. Tutto si è svolto nel silenzio, come al rallentatore.
Ora la scena è ricomposta nella sua maestosità e nella sua semplicità, tutto torna al suo posto.

Per una volta non ci siamo sentiti degli intrusi, forse abbiamo ancora bisogno di rassicurazione: della certezza che vi possa ancora e sempre essere una frontiera, dove ritrovare forza e fiducia, dove ritrovare la nostra essenza umana più profonda. La foresta silenziosa è la nostra frontiera, un limes oltre il quale però non ci sono popoli ostili e terre incognite, ma un suolo da percuotere con passi lenti, un fruscio da annusare, una foglia che cade impigliandosi in una ragnatela, un ruscello occhiuto di rane tra i canneti. La Terra rinnova i suoi riti ancestrali e ci sentiamo parte di questo prato, di questa rugiada e di quest'erba. Il mito lo puoi rincorrere con pervicacia e pure con desiderio, ma il mito è qui davanti a noi, e ci viene restituito dai primordi, dai nostri antenati che camminavano circospetti nelle brughiere, sotto lo stesso cielo, centinaia di migliaia d'anni orsono.

Non c'è bisogno del Dio rivelato, del Dio occhiuto, salvatore e rinato che oggi si celebra nel mondo cristiano. Dio è la Volpe, l'Arvicola, il Nibbio giunto sino a noi dall'Africa per compiere l'eterno rito della natura. Dio è i fili d'erba piegati dalla rugiada, le piante muschiose ed i nostri abiti zuppi d'acqua.

Oggi la giornata sarà meno pesante.
Buona Pasqua a tutti.

venerdì 10 febbraio 2012

L'OBBEDIENZA NON E' PIU' UNA VIRTU'


« Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. »

domenica 5 febbraio 2012

UOMO D'ALTRI TEMPI



Quella notte, l’11 gennaio 1878, il termometro era sceso a -15.
Le campagne attorno a Fossano erano bianche di neve, che riluceva diafana sotto la luna al suo ultimo quarto.
Giovanni fu svegliato verso le due di mattina, senza tanti complimenti. La mamma gli sussurrò:
“Barba Bastian a l’è mort ‘n’ura fa, tuca che ‘t’vade a Sant’Antoni a dijlu a magna Ghitin!”. Zio Sebastiano è morto un’ora fa, bisogna che tu vada subito a Sant’Antonio ad avvisare zia Margherita.
Allora non c’erano i telefoni, nè tantomeno computer, automobili e simili diavolerie. Bisognava andare a piedi, e Sant’Antonio Baligio era ad almeno 10 km di distanza. Non si aveva nemmeno tanto riguardo per i bambini, e mio nonno era appena undicenne.
Nessuno di noi manderebbe oggi suo figlio a spasso in piena notte, nel gelo di gennaio, sommariamente vestito, per una simile incombenza. Eppure nonno si mise gli zoccoli di suo padre, imbottiti di un bello strato di paglia, si calcò il cappello di lana sulla testa, si avvolse nella giacca di feltro e si incamminò nel buio, rabbrividendo piu’ di paura che di freddo.
La strada sterrata che usciva dalla cascina si perdeva nel buio, a mala pena riconoscibile nei campi immacolati. Nessuna luce, nessuno lungo la strada. Faceva tanto freddo e Giovanni stringeva al petto lo scaldino colmo di braci ardenti che sua madre gli aveva dato prima di uscire.
Era già un’ora che camminava, quando, appena dopo una svolta, vide sulla strada, a poche decine di metri, un’ombra scura, immobile. Giovanni era coraggioso ma non sino al punto da rimanere indifferente a quella cosa misteriosa che non riusciva a distinguere e di cui non capiva la natura.
“Ca sia ‘na masca?” Che sia una strega, si disse? Allora i bambini credevano ancora alle streghe.
No, non è possibile, pensò. Neanche le masche vanno in giro per le strade deserte di notte con ‘sto freddo. “A ‘st’ura sì a sun a ciucè ‘l’lait a le vache…” A quest’ora sono nelle stalle a succhiare il latte alle vacche….
“Ca sia ‘n luu?” Sarà mica un lupo!
Allora c’erano ancora i lupi che scendevano nelle campagne cuneesi dalle montagne alla ricerca di cibo.
Battè le mani piu’ volte, e quello niente. Urlò a squarciagola, e quello nemmeno una piega. Allora si fece coraggio e si avvicinò pianin pianino, cercando intanto di capire cos’era l’oggetto misterioso. Quando fu ad un metro alzò il bastone ed assesto un violento colpo alla cosa immobile adagiata sulla neve. Poi, visto che rimaneva inanimata, si chinò e la raccolse.
” ‘N tabar!” Una mantella!
Una bella, ampia, morbida e spessa mantella di lana. Un tabarro da signori, caduto forse da qualche carrozza transitata ore prima sulla strada.
Giovanni si avvolse tutto felice nella mantella, persino troppo ampia e lunga per lui, che era ancora così piccolino.
Giunto a Sant’Antonio fece la sua triste incombenza, bevette avidamente una tazza di brodo che qualcuno pietosamente gli aveva preparato e si incamminò, ormai quasi albeggiava, sulla strada del ritorno.
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Giovanni, mio nonno, era nato il 12 maggio 1877, ma ciò non gli risparmiò la prima guerra mondiale. La sua prima figlia, Elena, mia zia, era nata nel 1908, e la seconda, Lucia, mia madrina di battesimo, nel 1911. Ciò nonostante fu chiamato ugualmente al fronte, dragone di cavalleria, e si fece tutta la guerra.
Nel febbraio 1917 ottenne una licenza di pochi giorni ed al rientro da Fossano, mentre già era in procinto di recarsi alla stazione, ricevette da sua cognata un pacco da portare a Giaculin, Giacomo, suo fratello, che si trovava anch’egli al fronte in Friuli. Giaculin però era in fanteria, nelle trincee.
Arrivato a Cividale chiese al suo capitano il permesso per poter raggiungere il fratello e consegnargli il pacco.
Giunto al reggimento di cui faceva parte suo fratello domandò di lui, Giuaculin Ferrero. E si incamminò sul suo imponente cavallo verso la trincea.
“Giaculin, Giaculin, a jè ‘n’ufisial ca ciama ‘d tì!”. Giacomo, Giacomo, c’è un ufficiale che ti cerca, gridavano di camminamento in camminamento i compagni di suo fratello.
Ufficiale lui! Figurarsi. Ma era così alto, imponente, nella sua uniforme di dragone, che i fanti l’avevano scambiato per ufficiale.
Quando vide suo fratello smontò rapido da cavallo e gli corse incontro per abbracciarlo. Ma Giaculin gli gridò immediatamente: “Ausinte nen, su pien ‘d pui”: Non avvicinarti, son pieno di pidocchi.
Si svestì in un battibaleno nel gelo della trincea, si mise completamente nudo e si rivestì con gli abiti inviatigli dalla moglie.
“Aveva così tanti pidocchi” raccontò poi mio nonno, “che i vestiti buttati per terra camminavano da soli”.
Nonno, che era un uomo di cuore, si commosse a vedere suo fratello così poco vestito, con le pezze ai piedi, rabbrividire nel fango e nella neve. Così si tolse il tabarro, il suo bel tabarro marrone che aveva trovato quella notte di tanti anni prima sulla strada di Sant’Antonio e glielo gettò sulle spalle. E per paura che l’altro rifiutasse impennò il cavallo e si dileguò, tornando rapidamente al suo reggimento.
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Mia madre nacque nel 1927, il 26 di gennaio, e chiamava “nonu”, nonno, suo padre, perchè egli aveva già cinquant’anni quand’ella venne al mondo. A cinquant’anni allora si era già vecchi.
Nonu non si piegò mai al fascismo, non prese mai la tessera, soprattutto perchè Mussolini era ” ‘n’pajasu”, un pagliaccio. Mia madre lo assistette sino alla sua morte, avvenuta il gorno di S.Giovanni del 1962, nel medesimo letto in cui poi io ho dormito sino a quando sono rimasto in casa e nel quale ancora dormo quando vado a far visita ad i mei genitori.
Il tabarro invece è appeso nel mio armadio, bello, morbido, elegante. Lo accarezzo ogni tanto e me lo metto con orgoglio d’inverno, guardato con curiosità e dileggio dai soliti ragazzotti supponenti ed ignoranti.
Loro non sanno quel che so io.
Loro non sanno che l’amore ed il rispetto si trasmettono nei decenni, nei secoli, anche per mezzo di un oggetto.
Ed io amo molto mio nonno, ne custodisco una foto appesa ad un muro di casa assieme al diploma di puntatore scelto rilasciato dal reggimento di Savigliano dove fece il militare nel 1897. Mi guarda severo con i suoi occhi miti ed i suoi baffi che incorniciano un viso magro e squadrato.
La morte non è che un cambiamento di stato, ed egli vive attraverso il suo mantello e nel ricordo di chi l’ha conosciuto ed amato.

sabato 4 febbraio 2012

INVICTUS



Dal profondo della notte che mi avvolge
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l'indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e  di lacrime
incombe solo l’orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretta sia la porta,
quanto piena di castighi sia la vita.
Io sono il signore del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.