sabato 18 aprile 2020

L'IDEA DI UN MONDO DIVERSO

L'IDEA DI UN MONDO DIVERSO.
(parte prima)

 Era il luglio del 1976.
Arrivai a Quito con un interminabile volo della compagnia aerea Avianca.
Milano, Madrid, San Juan de Puertorico, Barranquilla, Bogotà.
Lo spagnolo lo avevo imparato cantando e ripetendo le canzoni degli Inti Illimani, dell'Ecuador sapevo quello che avevo letto sui libri, la fantasia faceva il resto.
Ricordo ancora il prezzo del biglietto aereo: 630.000 lire andata e ritorno, x l'epoca un prezzo irraggiungibile per molta gente. Ma l'idea che ci animava in quegli anni era così forte che avrei affrontato qualunque sacrificio pur di partire. E sacrifici ne feci: chi fa volontariato, chi crede davvero in ciò che fa, beh paga di persona, in tutti i sensi, e lo fa gratis. L'organizzazione, che era una cosa seria, non mise un centesimo: mi vendetti tutta la sterminata collezione di LP che avevo accumulato anno dopo anno, tutta. Avevo risparmiato lira su lira con ogni tipo di lavoro e ce l'avevo fatta.
Il Che era morto da pochi anni ed il Presidente Allende, il nostro Presidente, era stato ucciso a settembre di tre anni prima.
Mi muovano gli ideali di solidarietà, condivisione, fratellanza. L'idea che il mondo lo si cambia partendo da se stessi, con l'impegno personale e pagando di persona, era un motore insopprimibile.
Ecco, andare a toccare con mano quello che si teorizzava tanto in quegli anni: lo sfruttamento, l'imperialismo, le drammatiche condizioni di miseria in cui il mercantilismo ed un sistema sociale basato sul profitto costringevano centinaia di milioni di esseri umani in tutto il mondo. Il Sud America era considerato il giardino di casa degli Usa, e lo si era ben visto in Chile col golpe orchestrato, l'11 settembre del 1973, dal premio Nobel x la pace Kissinger.
A quell'epoca non c'erano i cellulari, all'aeroporto di Quito avrei incontrato un ragazzo di nome Enrico, originario di Figino Serenza. Alto, con una fluente barba e capelli lunghi, tutto lì. Altro non sapevo.
Non lo incontrai subito, girovagai un bel po' x l'aeroporto, piuttosto spaesato. E se non lo incontro?, pensavo, che ci faccio qui? Non avevo alcun numero telefonico di riferimento perchè dove dovevo andare io non c'era nemmeno la corrente elettrica, altro che il telefono.
Il villaggio era a 180 km a sud di Quito, a 3238 mt. di altezza, nel bel mezzo delle Ande, e per arrivarci bisognava passare ad oltre 4000 mt. sotto il Chimborazo, un enorme vulcano spento, perennemente innevato , che superava i 6200 mt. di altezza. Si chiamava Simiatug, che in quechua significa Bocca di Lupo.
Infine Enrico lo incontrai, caricai il mio zaino e la mia borsa di stoffa (fatta a mano da mia madre) sul Toyota Land Cruiser ed iniziò l'avventura...senza un soldo in tasca ma con qualcosa di ben più importante del denaro: la fede nel futuro e l'idea che il mondo lo avremmo cambiato sul serio: stava soprattutto in noi riuscirci...
Intanto quel mondo era fatto da strade disastrose e sgangherate, dove per fare 50 km ci potevi  impiegare anche 3 ore. E poi da una umanità fantasmagorica, brulicante, colorata, affannata, per la quale un paio di scarpe pareva essere un lusso che pochi si potevano permettere. Mi sembrava di vivere nei romanzi di Gabriel Garcia Marquez e Macondo non era poi così diverso da quello che vedevo dal finestrino del fuoristrada, che Enrico guidava alla ecuadoreña...
E poi pianure verdissime, boschi di eucalipti, foreste smeraldine, vulcani, terra rossa.
All'orizzonte, emergente da imponenti e candide nubi, si stagliava la mole del Cotopaxi, anch'egli ammantato di nevi scintillanti. Una visione indimenticabile, di una bellezza commovente. E mi commossi, sì. Ricordo che le lacrime mi riempivano gli occhi. Se qualcuno conosce cos'è la felicità comprende il mio stato d'animo di allora.
Il Toyota arrancava lentamente su e giù per le le colline che formano l'altopiano interandino, col suo potente motore a benzina. Dopo qualche ora abbandonammo la Panamericana e ci inoltrammo tra le montagne, nella Cordigliera, quella vera. E se prima avevo pensato di viaggiare su una strada impossibile è solo perchè non immaginavo nemmeno cosa mi aspettava nelle ore e nel giorno seguente...
(per chi fosse interessato la storia prosegue nei prossimi giorni)

giovedì 16 aprile 2020

IN MORTE DI LUIS


Salì quella sera
alla tua stanza,
lo sguardo perso
davanti al tuo spirito esangue,
davanti al tuo corpo annichilito,
la pistola al fianco.

Ahi,  Cile ferito.

Salì il feroce calvario
del sangue
del coltello
della morte
della derisione.
Tra le braccia
d'America corse
i suoi anni,
le sue foreste,
le cordigliere australi,
vide annegare il sogno
del rame e del salnitro
nei deserti di Atacama,
ma non chinò il capo.
Scrisse  percorsi primordiali,
cantò il vento delle vette,
il condor fratello
e il  cielo immobile,
ci disse di te
Presidente,
del tuo amore
ingenuo e fiero.

Ora è qui
ombra fulgente
con nuovi occhi
ed un sorriso nuovo,
per tornare la
dove tutto iniziò,
con semplice
ed umana grandezza,
e ricominciare.
Vamos de nuevo Lucho,
Vamos de nuevo  Salvador

martedì 7 aprile 2020

MEMORIA


Il dolore arriva col vento
dalla nostra madre
Africa offesa.
Occhi bianchi
pelle nera
baobab di savane lontane
padre Nilo
nervi ed ossa
di un cielo profondo
e di foreste
strappate ed offese.
Africa schiantata
dalle lacrime,
dai figli
che nutrono
di carne grigia
il fondo del mare.
Africa, donna mia
violata
da reti invisibili
da ferro e rotaie
di miniere profonde
dall'urlo di schiavo
che muore sotto il sole
nei campi
del nostro benessere.
Alza la testa
Africa sorella
nera come la notte
verde come il Congo
gialla come il Niger
d'inverno.
Sorgi sopra le catene,
dal tuo sguardo
spuntino fili
di fosforo
la pioggia conosca
il tuo viso riarso.
Africa meraviglia
cuore
anima
denti bianchi
di un sorriso nuovo