Ti osservo a volte
compresa nel tuo gentile sguardo,
gli occhi perduti
nel sogno delle nuvole
eteree del cielo,
dell'albe chiare
e dei tuoi infiniti giorni
e torno bambino anch'io,
in quelle ore assolate
di periferia,
anch'io incantato
da quella meraviglia
della vita che scorreva lieve,
che prometteva
gioia, corse infinite,
una luce che non finisce mai.
E come la mia mano
trovava la certezza
in quella di mio padre,
così ora la tua esile e fragile
la cerca nella mia.
A volte scorgo un'ombra di paura,
nel tuo volto il bisogno
di rifugio,
ma son io che lo trovo in te,
son io che vedo il vorticoso limite,
l'orizzonte che si chiude,
la stretta strada solitaria
avvicinarsi nel suo confine ultimo.
Dammi allora e ancora
il lampo del tuo sogno,
la sicurezza del tuo incedere bambino,
adesso che le ore sono tenui
di crepuscolo e cose andate,
dammi la tua lieve giovinezza,
i tuoi sinceri occhi.
Perché in essi c'è ora il mio destino,
le poche cose che conosco,
ciò per cui ho vissuto
e che non è perduto.
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